Sulla possibilità di far convivere lo stato performativo e formativo

di Giusi Nazzarro

 

L’assenza delle pareti genera la permeabilità dello spazio formativo: organizzare una formazione in uno spazio esterno apre a incursioni di sguardi estranei e scrutatori, di passaggi non previsti, di rumori e suoni potenzialmente molesti. Questo aspetto accende un faro sul tema della presenza, sul come mantenere quella attenzione densa e necessaria per far sí che un’esperienza sia di crescita e quindi che produca un cambiamento, e sul come mantenere uno spazio formativo efficace che sia al tempo stesso comunicante e penetrabile dall’esterno, ma contenitore protetto per chi abita la formazione. 

Il tema per me è strettamente connesso con il teatro, luogo per eccellenza dove il formativo e il performativo si toccano e si mescolano di continuo.

 

 

Nel laboratorio teatrale come luogo di creazione e formazione dell’attore, dell’individuo e del gruppo, per molti è importante proteggere il lavoro dall’occhio esterno, che sia di un osservatore che non partecipa al lavoro, dell’obiettivo di una macchina da presa o di una parete a specchio: presenze in grado di trasformare l’attore da colui che agisce per sé a colui che agisce in quanto osservato da un estraneo o giudicato dall’immagine di se stesso. Nel momento in cui uno di questi sguardi esterni prende corpo nello spazio del laboratorio, l’esperienza da formativa diviene anche performativa e qualcosa cambia inevitabilmente.

Ma è possibile far convivere lo stato formativo e performativo allo stesso tempo? E’ possibile portare fuori restando dentro? 

 

 

E’ complesso, ma è possibile secondo me e la soluzione va ricercata ancora una volta nel teatro. Perché nel teatro la presenza diventa presenza scenica, ovvero quella capacità di essere presenti a se stessi prima di tutto, e poi a un pubblico che osserva. Essere nel qui ed ora, completamente dentro l’esperienza, abitando lo spazio e il tempo prima ancora di essere catalizzatore degli sguardi e dell’attenzione di un qualcuno che fa dell’osservare presenza essa stessa. Una sorta di forza interiore, che nasce dall’esercizio mentale e fisico, e che si irradia verso l’esterno soggiogando inevitabilmente il pubblico. Una presenza che ha a che fare con la percezione di sé, del proprio corpo e della propria voce. Che a che fare con lo spazio, non già esistente di per sé, ma spazio creato dal gesto e dal movimento. Che ha a che fare con lo sguardo dell’attore prima di tutto, che deve essere  vigile, attento e proiettato verso il fuori, sguardo presente appunto, ma anche con lo sguardo dello spettatore, che osserva e giudica. 

 

 

Presenza come negoziazione costante tra il dentro e il fuori. 

Pensare al teatro come metafora dello spazio formativo può facilitare la presenza.  Un luogo dove ogni partecipante è attore che agisce per sé e allo stesso tempo per gli altri e dove il facilitatore cura la regia, con la facoltà di guidare tutti, sé compreso, all’interno di uno spazio (per)formativo.  Dove ogni elemento è parte di una drammaturgia complessiva. Movenze e gestualità, materiali, luci e musiche, ritmo: ogni cosa utile allo sviluppo della formazione, ma anche a dare forma a uno spettacolo.